Tra i banchi di scuola e le camerette italiane è successo qualcosa che i genitori, in gran parte, non vedono: un chatbot è diventato il primo interlocutore a cui molti adolescenti raccontano un voto brutto, un litigio con un professore o una serata no.
Non è un'impressione. È quanto emerge da uno studio europeo commissionato da GoStudent e condotto da Censuswide su 500 famiglie italiane (genitori dai 26 anni in su e i rispettivi figli tra gli 11 e i 17 anni), confrontato con Regno Unito, Francia, Germania e Spagna.
Il quadro che ne esce è pieno di contraddizioni: i ragazzi italiani sono quelli che usano di più l'IA per la scuola in tutta Europa, ma anche quelli che si fidano di meno delle sue risposte. La usano per sentirsi più sicuri, ma finiscono spesso per sentirsi meno capaci. E si confidano con un chatbot su questioni personali prima ancora di parlarne con un adulto, mentre più della metà dei genitori non ne ha idea.
Vediamo cosa dicono davvero i numeri, e cosa possono fare genitori, insegnanti e famiglie per restare nella conversazione.
Il 49% degli adolescenti italiani che usano l'IA per motivi personali lo fa per questioni legate alla scuola — voti, pressione dello studio, rapporto con i professori, il dato più alto tra i cinque Paesi europei coinvolti nello studio. Al secondo posto ci sono amicizie e relazioni sentimentali, con il 20%.
Eppure, più la usano, meno si fidano. Solo l'8% dei ragazzi italiani ritiene che l'IA dia risposte più utili di una persona reale: la percentuale più bassa tra i cinque Paesi, ben lontana dal 19% della Germania.
| Indicatore | Italia | Confronto europeo |
|---|---|---|
| Usa l'IA soprattutto per la scuola | 49% | Il dato più alto in Europa |
| Pensa che l'IA dia risposte più utili di una persona | 8% | Il più basso in Europa (Germania: 19%) |
| Ha messo in pratica un consiglio ricevuto dall'IA | 56% | — |
| Tra questi, ne parla comunque con un adulto | 62% | — |
Non è quindi la storia di una generazione che si affida ciecamente alla macchina. È piuttosto quella di ragazzi che usano lo strumento più a disposizione, pur restando scettici su quanto contino davvero le sue risposte, e che, quando un consiglio li porta ad agire, nella maggior parte dei casi tornano comunque a parlarne con un adulto. Per un quadro più ampio su come e quanto i ragazzi italiani usano l'IA per lo studio, abbiamo raccolto i dati principali in oltre 50 statistiche sull'uso dell'IA da parte di studenti e studentesse.
Per gli adolescenti italiani l'IA è ormai parte integrante dello studio. Il 66% dichiara di sentirsi più sicuro nel consegnare un compito perché un chatbot lo ha aiutato a migliorarlo, e il 79% si sente più a proprio agio perché l'IA lo aiuta a capire un argomento abbastanza bene da poterlo poi affrontare da solo.
Ma accanto ai benefici, l'IA lascia anche tracce di insicurezza:
L'IA aiuta a fare i compiti, insomma, ma per molti mina la fiducia nelle proprie capacità quando lo strumento non c'è più, un meccanismo non troppo diverso da quello descritto nel nostro articolo su come gestire l'ansia da esame. È un segnale che tocca da vicino il rapporto di fiducia tra studenti e insegnanti, e che vale la pena portare in classe: non come sospetto reciproco, ma come argomento di discussione aperta, anche alla luce delle nuove linee guida per l'uso dell'IA nelle scuole pubblicate dal Ministero.
Sul fronte emotivo i dati sono ancora più delicati. Il 51% degli adolescenti italiani intervistati ammette di essersi confidato con un chatbot su un argomento personale, solitudine, ansia, tristezza, prima ancora di parlarne con un genitore, un amico, un insegnante o un'altra persona di fiducia.
Dall'altra parte, il 58% dei genitori italiani non sa se il proprio figlio si sia mai rivolto a un chatbot IA per parlare delle proprie emozioni o di problemi personali. Un divario di consapevolezza importante, che riguarda praticamente due famiglie su tre, e che spesso nasce prima ancora che i ragazzi diventino adolescenti, come raccontiamo nella nostra guida su come parlare a tuo figlio adolescente.
Perché scelgono l'IA invece di un adulto? I ragazzi indicano diversi motivi:
Tra chi ha messo in pratica un consiglio ricevuto dal chatbot su come si sentiva, il 56% lo ha fatto davvero nella vita reale, e di questi il 62% ne ha comunque parlato con un adulto di riferimento, un segno che, anche quando l'IA spinge all'azione, molti ragazzi cercano ancora il confronto umano. Restano però quasi quattro su dieci (38%) che non ne hanno parlato con nessun adulto.
"Non sorprende che in Italia i ragazzi si rivolgano all'IA principalmente per la scuola: la pressione sui risultati accademici è reale e cercano risposte dove possono trovarle più rapidamente. Ciò che conta è che l'IA rimanga uno strumento e non un sostituto delle relazioni umane", afferma Felix Ohswald, CEO e Co-Founder di GoStudent. "I nostri dati mostrano che quando un consiglio porta a un'azione concreta, molti ragazzi ne parlano ancora con un adulto di fiducia. È lì che dobbiamo essere presenti, come genitori, insegnanti e professionisti dell'istruzione, per guidarli anziché lasciarli soli."
I genitori italiani restano i più preoccupati d'Europa su alcuni fronti specifici. Il 38% teme soprattutto che l'uso dell'IA come supporto emotivo comprometta la capacità dei figli di legare con persone reali, la percentuale più alta tra tutti i Paesi analizzati, mentre il 34% è preoccupato per la sicurezza e il contenuto dei consigli forniti dai chatbot.
Solo il 12% dei genitori italiani si dice rassicurato dal sapere che il figlio ha trovato un modo per gestire le proprie emozioni tramite un'IA: il dato più basso tra i cinque Paesi, a fronte del 25% della Germania.
Altri timori ricorrenti tra i genitori:
Non sorprende, in questo contesto, che l'88% dei genitori italiani sostenga una qualche forma di restrizione sull'uso dei chatbot IA da parte dei minori di 16 anni: il 49% ritiene che dovrebbero poterli usare solo con il consenso dei genitori, e il 39% li vieterebbe del tutto. Non è un caso che, secondo un'altra nostra indagine, solo il 23% dei genitori si senta pronto ad affrontare l'adolescenza dei figli: l'IA si inserisce spesso in un vuoto di sicurezza che i genitori stessi riconoscono.
Dott.ssa Elena Bolzoni, pedagogista e consulente familiare: "I ragazzi sono naturalmente attratti dall'IA perché è immediata, disponibile 24 ore su 24 e non giudica. Tuttavia i bambini sono anche più vulnerabili alla suggestione e alla manipolazione e possono avere difficoltà a riconoscere quando un consiglio è impreciso, distorto o semplicemente inadeguato alla loro situazione personale.
La mia preoccupazione più grande non riguarda solo la qualità dei consigli che ricevono, ma il rischio di una dipendenza emotiva dal chatbot invece dello sviluppo di una resilienza costruita attraverso relazioni umane di fiducia. L'IA non dovrebbe mai diventare la principale fonte di supporto emotivo di un bambino."
Restringere l'accesso all'IA non basta, se non si affronta anche la domanda che questi dati sollevano davvero: perché tanti ragazzi si sentono più al sicuro confidandosi con un chatbot che con gli adulti che li circondano?
Alcuni spunti pratici per famiglie e scuola:
Come dice Felix Ohswald: "L'IA può essere un supporto utile, ma non deve sostituire il confronto con genitori, insegnanti e altre figure di fiducia. Per questo è importante capire come i ragazzi la stanno usando davvero e aiutarli a valutare con spirito critico le risposte che ricevono."
La ricerca è stata condotta da Censuswide per conto di GoStudent nell'ambito di uno studio europeo che ha coinvolto Italia, Regno Unito, Francia, Germania e Spagna. Questo articolo riporta i risultati del campione italiano, composto da 500 genitori dai 26 anni in su e dai loro figli di età compresa tra gli 11 e i 17 anni. I dati sono stati raccolti tra il 16 e il 23 giugno 2026. Censuswide rispetta gli standard e si avvale di membri della Market Research Society, seguendo il codice di condotta MRS e i principi ESOMAR; è inoltre membro del British Polling Council.
Ai figli è stato chiesto di rispondere direttamente alle domande a loro rivolte, con il genitore che passava il dispositivo; ai genitori è stato chiesto di rispondere alle proprie domande separatamente. Dove le percentuali non arrivano al 100% è per effetto degli arrotondamenti o delle risposte "preferisco non specificare".
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